Il mito di Marsia è tra i più affascinanti ed inquietanti dell’intera mitologia greca. Marsia era un sileno, figlio di Eagro, forse padre di Orfeo e divenuto dopo la morte un dio fluviale. L’ascendenza familiare di Marsia è quindi chiaramente legata ad un rapporto privilegiato con la musica e il canto.

Canto, musica e danza (insieme all’ebrezza) sono attributi classicamente assegnati ai sileni, figure mitologiche facenti parte del culto del dio Dioniso.
Secondo il mito, la dea Atena avrebbe inventato uno strumento musicale, l’aulos: si tratta di uno strumento a canna doppia, utilizzato nella rappresentazione delle tragedie, nei rituali simposiaci e funerari dell’antica Grecia.
L’aulos era in grado di generare un suono capace di suscitare una viva partecipazione emotiva nell’ascoltatore: anche Aristotele era un ammiratore del suono dell’aulos, anche se lo criticava per l’impossibilità di poter insieme cantare e suonare, essendo uno strumento a fiato.
Atena lo avrebbe creato a partire dall’ascolto delle intense voci delle Gorgoni, mostri terribili figli di Forco e Ceto. Tuttavia la dea sarebbe stata insoddisfatta dello strumento, poiché lo sforzo per suonarlo adeguatamente avrebbe deformato il volto e le guance del suonatore, inducendo involontariamente una smorfia mostruosa.
Marsia vide la dea gettare via la sua invenzione e decise di raccogliere l’aulos: suonandolo, divenne il primo Maestro del suo uso, affascinando uomini ed animali. La fama di Marsia divenne così grande da giungere fino all’Olimpo, all’orecchio delle divinità, compreso il dio della musica, Apollo.

Molti cominciarono ad adulare Marsia, affermando la natura divina del suo talento e della sua musica. Il satiro, lusingato e pieno d’orgoglio, accettò di ricevere tributi e doni degni di un dio e si convinse di poter suonare perfino il divino Apollo nell’arte musicale.
Qui le versioni si dividono: secondo alcune fonti, è stato Marsia, reso folle dall’orgoglio e dall’ὕβρις (traducibile come “tracotanza” oppure “arroganza”), a sfidare Apollo. Secondo altri, è stato il dio, per punire l’arroganza di Marsia, a sfidarlo.
Per quest’occasione, Apollo avrebbe inventato a sua volta un nuovo strumento, la cetra.
I due sfidanti, Apollo con la centra, Marsia con l’aulos, suonarono davanti ad una giuria divina, composta dalle Muse, nove sorelle figlie di Zeus, protettrici delle arti e delle scienze.
Dopo la prima prova, le Muse decretarono un pareggio: un risultato straordinario per Marsia; davanti al quale Apollo si disse insoddisfatto, imponendo una nuova sfida: il dio impose al satire di suonare ribaltando il proprio strumento e di dimostrare così il proprio talento; secondo una versione alternativa, il dio propose di unire, in questa seconda prova, canto e abilità nel suonare.
Se la cetra offriva ad Apollo la possibilità di suonare anche se ribaltata e di unire al suono delle corde il canto, l’aulos era impossibile da suonare in modo alternativo a quello canonico. Essendo uno strumento a fiato, non era possibile unire il suo suono al canto.
Per questo, Apollo venne facilmente decretato vincitore della seconda sfida e della contesa.
La sfida prevedeva un esito terribile per lo sconfitto: finire nelle “grinfie” dell’Altro, che avrebbe potuto fare di lui quello che voleva, senza limiti. Il dio Apollo infatti dimostrò tutta la propria superbia e crudeltà, decidendo di legare il povero satiro e di scuoiarlo vivo, uccidendolo tra atroci sofferenze.
Come racconta Ovidio nelle celebri “Metamorfosi”, Marsia cercò di salvarsi, affermando il proprio pentimento: “Ahimè! Mi pento! Un flauto non vale tanto”. Ma il dio non ebbe pietà e fece dell’intero corpo del satiro in una ferita unica.

Il mito di Marsia mette al centro il rapporto tra il mondo terreno e quello divino, con enfasi sul concetto di “limite” e di “ὕβρις”.
Marsia è un sileno, creatura ibrida, tra umano, animale e mistico; tuttavia partecipa di una dimensione mortale ed umana che lo avvicina a noi: ebbro della propria gloria, del proprio successo e desideroso di elevarsi, perde di vista il proprio limite, cercando di superare il divino Apollo.
È la sua “ὕβρις”, la sua eccessiva e non misurata concezione di sé, a preparare il terreno per la sua successiva rovina.
Dall’altra il mito mostra un aspetto classico della religiosità antica: la dimensione “terribile” del Sacro. L’incontro con Apollo è devastante per Marsia; la terribile punizione inflitta al povero sileno, sconfitto nell’agone musicale, mostra il dio nei panni di un Altro sregolato, senza limiti e crudele. Nella religione antica il Sacro, velato da rituali e dal confine del tabù, è spesso “eccessivo”, “traumatico” nel suo incontro con i mortali. È con la religiosità cristiana del dio che si fa uomo, mortale, che cambia il rapporto con il divino, reso più vicino e meno traumatico.
Per approfondire:
-Maurizio Bettini - “Il sapere mitico. Un'antropologia del mondo antico”;
- Károly Kerényi - “Gli dei e gli eroi della Grecia. Il racconto del mito, la nascita delle civiltà”;
- Károly Kerényi - “Miti e misteri”.

Il mito di Marsia ha affascinato letterati, artisti e studiosi. Il povero sventurato è spesso raffigurato o nel momento del ritrovamento dell’aulos oppure quando, oramai sconfitto, si trova legato all’albero presso il quale subirà il suo supplizio.
Il racconto mitico offre uno spaccato sul valore, nella cultura della Grecia classica, del concetto di “limite” e di “misura” come bussola della vita e dell’agire: solo agendo secondo “buona misura” è possibile occupare il posto adeguato nel Kosmos greco.
Marsia, come Orfeo prima di lui, ed altri, in seguito (come Icaro), andranno oltre i loro limiti, inseguendo ciascuno il proprio fantasma: chi la gloria, chi l’ambizione, chi il mero superamento del limite. Nel mito e nella narrativa greca, il superamento del confine e delle prerogative proprie dell’umano è il primo passo per la propria rovina.
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